SCHEDA N° 1 – UNA PREMESSA
Affrontare la questione del programma del comitato NO DEBITO pone problemi politici e di merito che vanno ben individuati ed ai quali va data una risposta chiara politicamente per un verso e comprensibile a livello di massa per l’altro.
La sinistra
Non possiamo non partire dalla prima questione che è quella della condizione culturale, ancor prima che politica, della sinistra in Italia. Gli ultimi venti anni hanno prodotto una subalternità politica e culturale in ampi settori della sinistra (sia nei partiti che nel senso comune di massa) all’ideologia neoliberista, subalternità che nella vicenda del debito si manifesta in modo chiaro anche in settori al di sopra di ogni “sospetto”.
Il paradosso che si registra è che di fronte al ricatto che viene fatto dalle classi dominanti su pagamento del debito o default, oppure su Europa o regressione sociale la risposta che emerge è s sì di “sinistra” ma dentro l’accettazione del fatto che il debito vada pagato altrimenti…. Certamente andrebbe pagato da chi non ha mai pagato, da chi evade le tasse, da chi sfrutta i lavoratori e le lavoratrici, ma si accetta il fatto che il debito esista e che con esso dovremo comunque fare i conti.
Su questa trasformazione culturale e politica ha agito anche la contrapposizioni fra berlusconiani e antiberlusconiani, che nel dibattito pubblico italiano ha occultato il fatto che sia centrodestra che centrosinistra siano dentro le logiche del neoliberismo e le politiche di austerity, come l’esperienza del governo Monti dimostra ulteriormente. La subalternità al quadro politico (cioè all’ipotesi di un accordo o di un affidamento al Pd) di settori politici e sindacali ha inoltre costituito un freno pesante al dispiegarsi di una dimensione di massa del conflitto e prima ancora della formazione delle coscienze. Le politiche di austerity, peraltro, si reggono sull’ideologia dell’ineluttabilità dei sacrifici per uscire dalla crisi:sull’idea che questa società può essere magari migliorata ma non cambiata se non addirittura ci si pone il problema della gestione della crisi
Questo è un piano della battaglia politica, che riguarda anche i dati obiettivi, che va assolutamente organizzato e rappresentato bene per dare forza e credibilità alla lotta per il rifiuto del debito il quale è il prodotto non degli ultimi eventi finanziari o della cattiveria degli speculatori ma di uno sviluppo che da più di trenta anni porta diritto nella direzione della crisi dei debiti pubblici e privati con tutti gli effetti che ormai si manifestano.
Il lavoro ed il blocco Sociale
A questo primo punto se ne aggiunge un altro che è quello del rapporto tra la prospettiva del comitato NO DEBITO ed i settori sociali a cui si rivolge. In altre parole si pone la questione del programma che non può essere visto solo come un elenco di punti che hanno solo una valenza identitaria, pur importante, ma una base politica per far crescere la relazione con tutti quei settori sociali che sono, e saranno sempre più, travolti dalla crisi. Questo lavoro di costruzione del programma presenta una notevole difficoltà in quanto deve fare i conti con una società e con delle classi sociali non più omogenee ma che mostrano una complessità che non può essere ignorata oppure rifiutata sulla base di una “purezza” di classe oggi molto difficile da individuare con nettezza.
La mobilitazione dei ceti medi/piccola borghesia travolta dalla crisi, l’estensione del lavoro a cottimo e falsamente autonomo, pur mostrando tutta la loro matrice sostanzialmente conservatrice, sono questioni che non possono essere ignorate sul piano politico e vanno recuperate dentro un’ottica di egemonia e di blocco sociale che è l’unica che può aspirare ad una ricomposizione unitaria dei conflitti nel mondo del lavoro dipendente e nelle altre articolazioni del sociale. L’insieme di queste questioni ci pone anche il problema del come e di quali strumenti individuare.
In conclusione il lavoro di individuazione del programma deve avere questi due riferimenti diversi ma inscindibili nella pratica sia di elaborazione che in quella di intervento e organizzazione concreta. In questo senso devono essere lette le schede che intendono costruire questo impianto programmatico.
SCHEDA N° 2 - L’UNIONE EUROPEA
A distanza di poco più di due anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’UE per rispondere alla crisi economico-finanziaria ha trasformato le sue istituzioni e procedure decisionali. Senza modificare i Trattati, senza discussione nei Parlamenti nazionali, senza un dibattito pubblico, si sono trasformati organi già esistenti, e se ne sono creati di nuovi, con competenze non previste nei Trattati. Passo dopo passo, secondo il vecchio metodo funzionalistico si rendono sempre più penetranti i poteri della governance europea. Questa è esercitata, in un intreccio di organi e di competenze, dal Consiglio europeo, dalla Commissione, dal Consiglio nelle sue diverse formazioni, dall’Eurogruppo, dal presidente del Vertice Euro in stretto rapporto con la BCE e con l’EFSF ( e dal 2013 con l’ESM). Tutto ciò è stato deciso dai governi e dalla tecnocrazia per rispondere ai mercati, il cui consenso si è sostituito a quello dei cittadini e delle cittadine.
Nel corso della crisi economico-sociale, le scelte dell’UE, tese a salvare le banche e le istituzioni finanziarie e a scaricarne i costi sui popoli, sono andate di pari passo con le modifiche degli assetti istituzionali: Patto Euro Plus, Six Pack, Fiscal Compact sono state le tappe di questa tendenza ad accentrare le politiche pubbliche nelle mani di una tecno-oligarchia. La prima tappa è stata, è bene sottolinearlo, il Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010, che ha modificato il Codice di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del ‘semestre europeo’, avviato nel gennaio 2011. La loro novità è nella discussione e nell’indicazione ex ante delle politiche di bilancio, le cui fasi principali sono: a metà aprile quando gli Stati membri sottopongono i Piani nazionali di riforma (PNR, elaborati nell’ambito della nuova Strategia UE 2020) e contestualmente i Piani di stabilità e convergenza (PSC, elaborati nell’ambito del Patto di stabilità e crescita), tenendo conto delle linee-guida dettate dal Consiglio europeo; a inizio giugno quando, sulla base dei PNR e dei PSC, la Commissione europea elabora le Raccomandazioni di politica economica e di bilancio rivolte ai singoli Stati membri; nella seconda metà dell’anno quando gli Stati membri approvano le rispettive leggi di bilancio, sulla base delle Raccomandazioni ricevute. In un’indagine annuale la Commissione dà conto dei progressi conseguiti dai paesi membri nell’attuazione delle Raccomandazioni stesse.
Nelle Raccomandazioni rivolte all’Italia nel 2011 e nel 2012 sono riprese tutte le principali richieste formulate nella lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto 2011, divenute programma del governo Monti: dal consolidamento fiscale, al mercato del lavoro per cancellare le ‘protezioni’ dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori contro i licenziamenti con il fine di introdurre dosi massicce di ‘flexisecurity’, alla liberalizzazione dei servizi pubblici e delle professioni, all’abbattimento dei controlli e dei costi amministrativi per rendere più libere le imprese, fino alle modifiche della Costituzione ‘in modo da rafforzare la disciplina di bilancio’ con la modifica dell’art. 81.
L’UE, per gestire la crisi economico-finanziaria, è andata concentrando sempre più i poteri nel Consiglio europeo e nella BCE e nelle due nuove istanze istituzionali, quelle dell’Euro Summit e del suo presidente, che attualmente coincide con quello del Consiglio europeo, Herman van Rompuy: sono questi i ‘giudici di ultima istanza’ che dettano le misure di bilancio e di politica economica, controllandone anche l’esecuzione. La BCE, con le prossime riforme decise nel Consiglio europeo del giugno 2012, oltre ad essere il regolatore della moneta a garanzia della stabilità dei prezzi, diverrà e il supervisore del sistema bancario e finanziario.
Finora mercato capitalistico e Stato nazionale sono stati organismi intrecciati, nati l’uno per e mediante l’altro; nell’epoca del mercato globale − qui è la novità storica − si affermano i grandi spazi economici sovranazionali, gestiti con gli strumenti del diritto – soft e hard law – non più elaborati e maneggiati dagli Stati nazionali come al tempo del ‘liberale’ impero britannico, o del brutale Reich nazista con il suo Großraum o, più recentemente, dell’egemonismo imperiale degli USA. Sono organismi sovranazionali a costruirli e a gestirli. L’UE è l’esperienza più avanzata nell’organizzazione di un grande spazio economico in cui vengono attuati i processi di riorganizzazione produttiva e gli Stati europei agiscono in funzione di questo obiettivo del mercato unico continentale per divenire uno dei soggetti principali dell’attuale competizione internazionale.
Con il Patto Fiscale, un trattato internazionale, si giunge a manomettere le stesse Costituzioni. Si afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: «devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale».Con un Trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni così da legittimare nella legge fondamentale, la prima nella gerarchia delle fonti, il liberismo con le sue politiche dell’offerta tese all’espansione del mercato e dell’impresa privata. Il Parlamento italiano ha già votato la modifica dell’articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio: la Costituzione è stata resa vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari.
L’articolo 4 del Patto Fiscale impone l’abbattimento del debito pubblico, per la quota che eccede il 60% del PIL, un ventesimo all’anno. Per l’Italia ciò significa un abbattimento di circa 47 miliardi l’anno, quasi il 3% del PIL. Il Patto Fiscale usa come meccanismi operativi quelli messi a punto con il Semestre Europeo, il Patto Euro Plus e il Six Pack, strutturati da quattro Regolamenti emanati nel novembre 2011.
Bruxelles e Francoforte sono divenuti i centri del potere: un circuito di istituzioni al servizio dei mercati, da cui è espulsa la democrazia. Siamo cioè di fronte non ad una semplice cessione di sovranità dagli Stati nazionali all’Europa, ma ad un esproprio di sovranità dalla assemblee elettive alle tecnocrazie, alla messa in crisi del parlamentarismo democratico. Su scala nazionale,a questo si è aggiunto, nella II Repubblica, ovvero con la cancellazione del proporzionale a favore del maggioritario,e con l’internità sostanziale dei due poli al neoliberismo, una vera espulsione della società dal potere decisionali, con governi sempre più impermeabili al conflitto sociale. Si è, cioè, drammaticamente aggravata la questione democratica dato che maggioranza e opposizione in Italia, così come negli altri paesi membri, devono muoversi entro i rigidi binari politici tracciati dall’UE, perché è nell’UE che si vanno trasferendo le sovranità degli Stati nazionali. Dunque, siamo di fronte a un governo dell’UE, chiamata il più delle volte governance perché concentrata sulla gestione dell’economia e della finanza, e funzionante secondo una rete di organi a differenti livelli.
Sulle fondamenta del ‘patrimonio costituzionale europeo’, occorre dare all’Europa una rappresentanza democratica con le competenze dell’indirizzo politico, della piena produzione legislativa (a cominciare dal potere di iniziativa oggi riservato alla Commissione), e del controllo degli organi di governo europei. Per spostare l’epicentro decisionale verso le strutture di partecipazione democratica occorre un processo di fondazione di un’Europa federalista, socialista, ecologista.
SCHEDA N° 3 – L’IMPORTANZA POLITICA DELLA GENESI DEL DEBITO
Per sottrarci al ricatto del debito “sovrano” non possiamo certo ignorare l’analisi della sua evoluzione, che non parte dall’inizio della crisi nel 2007 ma da molto prima; questo rappresenta, infatti, un limite sistemico e non congiunturale dell’occidente capitalistico e del Giappone. Motivare bene questa evoluzione serve a consolidare un punto di vista complessivo che è anche un importante presupposto per lo sviluppo del ragionamento sul programma.
La vicenda del debito e dei processi di finanziarizzazione hanno origine dal periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 con l’avvio delle privatizzazioni nell’occidente. In Italia essa ha inizio con la riforma della Banca d’Italia promossa dal ministro Andreatta (1981). Da quel momento e per tappe successive la finanza ha assunto una dimensione sempre più ampia fino a raggiungere l’attuale abnorme condizione. Qui va affrontato un primo nodo politico che si riflette ancora oggi sulle valutazioni e sulle scelte che vengono fatte.
Infatti fino agli anni ’70 il capitale prevalente è stato quello industriale mentre la dimensione finanziaria è stata a supporto di questo tipo di sviluppo. Se da un certo punto in poi i rapporti si sono ribaltati è stato perché il capitale ha trovato, ed oggi trova ancora di più, che i processi di valorizzazione potevano essere più consistenti nella dimensione finanziaria che in quella produttiva. Infatti il rapporto tra capitale industriale e finanziario passa da 1:1 circa nel 1980 al 356% nel 2007, anno di scatenamento conclamato della crisi attuale.
Va, perciò, smontato un primo assunto ideologico che ci viene continuamente proposto come parametro di valutazione, ovvero che bisogna evitare, con i sacrifici etc., che la perversione della speculazione finanziaria si riversi sulla sfera produttiva. In realtà è dimostrabile che è stata proprio la crisi di valorizzazione del capitale nella sfera produttiva a generare i processi di finanziarizzazione che ci hanno condotto alla attuale situazione dei cosiddetti debiti sovrani, sia per il sostegno alla domanda, sia attraverso il finanziamento alle imprese del capitale produttivo.
Le Tappe
1 - Definito il “punto di partenza” va evidenziata la dinamica che si è generata da quegli anni e quanto questa sia stata nemica del lavoro dipendente e subordinato nel suo complesso. La prima “tappa”, se cosi possiamo definirla, sono stati gli estesi processi di privatizzazione avviati dalle amministrazioni di Regan e della Tatcher che hanno rivitalizzato negli anni ’80 le borse e la finanza.
Processi questi affiancati dalla riscossione degli interessi altissimi sui debiti in particolare dei paesi Latino Americani richiesti dal FMI che attuava nei confronti di quei paesi una politica di strozzinaggio grazie ai regimi militari che all’epoca governavano. Politiche queste finalizzate ad aumentare i profitti ed il peso del capitale finanziario occidentale. Però già in quella fase iniziale gli effetti perversi dello sviluppo scelto dall’occidente si sono manifestati con la crisi delle borse esplosa nel 1987 che colpì soprattutto USA e Giappone.
2 - A questa prima tappa ne è seguita un’altra generata dalla crisi del blocco sovietico che ha allargato, globalizzandolo, il capitalismo nella sua ormai consolidata fase finanziaria. Va detto anche che ripresero gli investimenti nella produzione ma che questi sono stati effettuati soprattutto nei paesi della periferia, a cominciare dalla Cina, dove i tassi di valorizzazione del capitale nella produzione di merci erano, e sono ancora, ben più ampi di quelli che si potevano ottenere nei centri capitalistici.
Nonostante questo “bagno rigenerativo” nella produzione di merci proprio negli anni ’90 sono iniziate una serie di crisi finanziarie pilotate dall’occidente che hanno ulteriormente incrementato i capitali investiti nei giochi speculativi di borsa. La crisi più rilevante è stata quella nel ‘98 in estremo oriente, che ha investito la Corea e, soprattutto, il Giappone uscito sconfitto da quella fase nella competizione globale e ridimensionato strategicamente.
Si sono anche manifestate quelle che hanno coinvolto nella seconda metà degli anni ‘90 la Russia, il Messico ed altri paesi asiatici (Indonesia, Singapore, la Thailandia e le altre ex tigri asiatiche). Questi eventi hanno dimostrato che, seppure la produzione di merci rimaneva un campo di investimento importante, la dimensione finanziaria manteneva la sua predominanza tramite le politiche da strozzinaggio attuate dal FMI e dalla Banca Mondiale, dalle banche e dai fondi di vario tipo e che le privatizzazioni erano divenute ormai legge internazionale. Questo avvenne anche in Italia dove un impulso decisivo alle privatizzazioni è stato dato all’epoca dal primo governo Prodi.
Questa evoluzione ha prodotto una divisione internazionale nella produzione dove i paesi capitalistici principali hanno potuto estrarre maggior profitto dalle privatizzazioni, dalla terziarizzazione dell’economia, dai processi diretti di speculazione finanziaria, edilizia, oltre che dalla produzione, civile e militare, tecnologicamente avanzata. Infine è stato decisivo il supporto complessivo fornito ai privati dagli Stati dominanti.
3 - I limiti del processo di finanziarizzazione cominciano ad evidenziarsi in modo chiaro agli albori del nuovo secolo, nel 2001, quando la crisi dei titoli tecnologici del Nasdaq dimostra che la strategia di scaricare all’estero contraddizioni che nascono dal cuore del sistema capitalistico è in via di esaurimento. Infatti la crisi di Wall Street di inizio secolo si poggia su un paradosso prodotto dalla inspiegabile contraddizione tra un potenziale sviluppo reso disponibile dalla rivoluzione tecnico-scientifica e dalla presenza, e permanenza possiamo dire oggi, della crisi finanziaria globale. Storicamente questo non è mai avvenuto e ad un aumento delle capacità produttive e tecnologiche è sempre corrisposto un periodo di crescita economica.
Lo sviluppo di quegli eventi di inizio decennio è oggi sotto i nostri occhi. La crisi finanziaria prima scaricata all’esterno ora travolge i centri capitalistici, la finanziarizzazione basata sul debito privato (vedi i subprime americani) oggi si riversa sugli Stati chiamati a soccorrere banche e fondi non più in grado di riscuotere crediti ed interessi maturati. Così la crisi diviene del debito “sovrano” e viene giustificata indicando un supposto distorto ruolo sociale degli Stati: essa,dunque, deve essere pagata, “ per dovere”, dai popoli che invece sono stati soggetti completamente estranei, anzi vittime dei processi di speculazione dei capitali finanziari privati.
4 – L’ultima tappa di questo percorso ci riguarda direttamente ed è relativa alla costruzione della Unione Europea. Questo progetto ha preso vigore negli anni ’90 con una ripresa economica generalizzata a livello mondiale in cui il ruolo centrale era ricoperto dai paesi capitalisti principali. Su questo presupposto è nato l’Euro ed il processo di unificazione continentale che ha proceduto con un passo cadenzato. La crisi ha modificato le condizioni generali in cui avanza l’unificazione e non necessariamente in modo negativo per i poteri finanziari europei.
Alla crisi economica generale che parte dagli USA ma che coinvolge anche l’UE, crisi che permane e che non è affatto superata, nel nostro continente se ne è aggiunta una di carattere politico e pilotata. Non è credibile che le sorti dell’ UE siano da porre in relazione alla Grecia che ha appena il 3% del PIL europeo. Il terrorismo economico che viene praticato non è legato ai dati meramente economici, ma alla necessità di accelerare di gerarchizzare l’Europa nel processo di unificazione politica: a far capire ai riottosi chi comanda in Europa.
Questo mostra quanto, piuttosto che scomparire, dentro la globalizzazione permanga il ruolo dello Stato che, anzi, rafforza la propria funzione, e funzionalità al neoliberismo, con forme in via di definizione ed in senso marcatamente antidemocratico e antipopolare nell’attuale fase della mondializzazione.
In sintesi
Definire una genesi della crisi serve ad evidenziare, sui diversi piani, ovvero empiricamente, politicamente ma soprattutto dal punto di vista strutturale, che l’attuale situazione non è stata prodotta dai popoli dei paesi a capitalismo avanzato e dalla loro supposta condizione di vita “privilegiata”, “al di sopra delle proprie possibilità”, ma è un limite ed una contraddizione interna al modello di sviluppo capitalistico attuale che ormai da trent’ anni pensa che sia possibile generare denaro da denaro.
Siamo di fronte ad una strettoia sistemica che viene sempre affrontata rinviando, a tempi sempre più brevi, le proprie contraddizioni scaricandole ora sulle classi subalterne dei paesi sviluppati, cioè adottando la stessa tattica avuta negli anni ’90 nei confronti dei paesi periferici. Scelta questa che potrà rinviare le difficoltà della valorizzazione ma ne amplificherà ulteriormente la dimensione.
Per entrare nel merito quantitativo e dare il senso concreto delle dinamiche in atto va detto che oggi si stima che la dimensione finanziaria è almeno otto volte (c’è chi dice di più) quella strettamente produttiva rappresentata dalla somma di tutti i PIL mondiali. A questo ha portato concretamente l’impazzimento finanziario del capitale ed è difficile credere che sia sufficiente “spremere” i popoli dei paesi sviluppati per risolvere il problema del debito.
E’ l’impossibilità di produrre una ulteriore valorizzazione dei capitali che porta alla speculazione ed alla crisi. Ad una crisi sociale, poiché sono imposti livelli di sfruttamento sempre più accentuati del lavoro; e ad una crisi politica poiché vengono usati gli Stati per recuperare ricchezze che aumenteranno la povertà e ridurranno il potere di acquisto dei lavoratori e della società nel suo complesso.
E’ in questo contesto materiale che vanno valutate negativamente le posizioni che ipotizzano possibili soluzioni economiche alla questione del debito. Per noi la questione principale è la modifica necessaria dei rapporti di forza tra le classi, per questo va assunta una posizione nettamente alternativa che è quella di considerare illegittimo perché prodotto dalle dinamiche di sistema e, dunque, di rifiutare che siano i popoli, le lavoratrici e i lavoratori a pagarlo. Dunque il comitato NO DEBITO si pone come punto di partenza per la modifica dei rapporti di forza complessivi e di organizzazione del conflitto sociale.
SCHEDA TECNICA SULLA DINAMICA E SULLA COMPOSIZIONE DEL DEBITO SOVRANO ITALIANO
Il valore si riferisce del debito pubblico si riferisce al 31 dicembre di ciascun anno.
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Anno
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Debito Pubblico (milioni di €)
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PIL (milioni di €)
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2007
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1.602.115
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1.546.177
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2008
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1.666.603
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1.567.761
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2009
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1.763.864
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1.519.702
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2010
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1.843.015
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1.548.816
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Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze - Notifica del Deficit e del Debito Pubblico inviata alla Commissione Europea ex Reg. CE 3605/93, così come modificato dal Reg. 2103/05 http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html
Al 31 dicembre 2010 i titoli di Stato costituiscono circa l'83% del debito pubblico.
Fonte: http://www.linkiesta.it/chi-detiene-debito-pubblico-italiano-#ixzz1dIYi9YS3
http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html
Chi detiene il debito pubblico italiano?
L’85% del debito pubblico italiano è detenuto da istituti finanziari italiani o da altri possessori esteri e il restante 15% è detenuto da residenti in Italia.
La Banca d’Italia ha diffuso i dati del debito pubblico a novembre 2011 : 1.905 mld di euro, in lieve riduzione rispetto mese precedente (-0,22%).
http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimefp/2012/sb4_12/suppl_4_12.pdf
Si consideri che fino a fine anni ’80 inizio anni ’90 il debito pubblico italiano era quasi del tutto un debito interno; in questi ultimi venti anni la situazione è cambiata radicalmente; la tabella seguente mostra infatti come la quota dei detentori esteri di titoli di stato è aumentata fortemente passando dal 5,59% del 1991 al 51,4% del 2009.
Tabella[1]
Altro elemento fondamentale da rilevare è che anche la composizione del 50% del debito pubblico in mano italiana è cambiata; ad oggi infatti la stragrande maggioranza dei possessori dei titoli di Stato sono banche, assicurazioni e fondi pensione o di altra natura, che in questo modo coprono le proprie obbligazioni che hanno venduto ai clienti.
SCHEDA N° 4 – LA NECESSARIA CHIAREZZA SULL’OBIETTIVO POLITICO
Apparentemente una posizione articolata sulla risoluzione del debito sembrerebbe più “realistica” del semplice rifiuto del suo pagamento così come lo propone il comitato NO DEBITO; in realtà lo è meno perché parte da una visione determinata dagli altri nei modi già spiegati, non esprime perciò indipendenza, e soprattutto non esplicita un giudizio e una valutazione sul carattere della lotta di classe (peraltro attuata dall’alto) in questo frangente storico.
Sostanzialmente ripone nella propria capacità propositiva la possibilità di sviluppare mobilitazione in quanto vengono fatte proposte credibili e sensate, più comprensibili ai settori di massa. Un primo “appunto” a questa visione può certamente venire dal fatto che non si capisce come tali proposte possano essere comprese quando l’informazione, le forze politiche e l’ideologia egemone esprimono in modo omogeneo un punto di vista chiaro, netto ed opposto a quello di sinistra.
L’elemento che va esplicitato subito dopo l’affermazione del rifiuto del pagamento del debito è l’obiettivo, politico e pratico allo stesso tempo, che il comitato si deve dare. L’alterità netta di una tale posizione non può non porsi il problema del come praticare una simile prospettiva e dunque di come modificare i rapporti di forza nella società a partire dalle contraddizioni concrete che si manifestano.
La costruzione di un polo della alternativa al neoliberismo, strutturato, politico e sociale, indipendente, è l’obiettivo che va esplicitato chiaramente e senza ambiguità tatticistiche partendo dalle forze concretamente disponibili, altrimenti il rifiuto del debito diviene un semplice slogan giusto ma del tutto teorico. Le forze disponibili soggettivamente sono quelle del lavoro dipendente sindacalmente organizzato, delle forze politiche antagoniste, dei movimenti sociali e giovanili, delle strutture e individualità disponibili ad una battaglia democratica contro il processo autoritario promosso dalla UE.
Ma i caratteri della crisi allargano le interlocuzioni sociali a quei soggetti pressati dalla finanziarizzazione ed, anch’essi come il lavoro dipendente, senza rappresentanza. Non sfugge infatti che siamo di fronte alla necessità di praticare un nuovo «spirito di scissione», e dunque, di ridefinizione della classe. E di fronte al problema di una classe in sé tragicamente sempre più sterminata, a fronte di una classe per sé di cui è sempre più difficile costruire soggettività politica. Il processo di ristrutturazione capitalistico in atto ha determinato una gigantesca massa di esclusi e di escluse. La precarizzazione del lavoro, l’estensione senza precedenti di forme di lavoro parasubordinato, la messa a valore (lo sfruttamento) del tempo di lavoro e tempo di vita, hanno fatto sì che ormai diverse generazioni siano cresciute e stiano crescendo come generazioni escluse dalla piena cittadinanza (è la generazione perduta di cui parla Monti), escluse anche da un sistema di welfare lavoristico e familistico. Si tratta allora di pensare a nuovi diritti del lavoro e nuovi diritti di cittadinanza (come, ad esempio, prova a fare l’ICE sul reddito a livello europeo).
Si va, dunque, oltre quelli che sono i referenti di classe, politici e sociali tradizionali della sinistra; la crisi dei ceti medi offre alleanze che vanno valutate con attenzione. Questa funzione più generale va tenuta ben presente perché questi settori, assieme anche a pezzi della società con caratteristiche più tradizionalmente di classe, sono anche oggetto di attenzione delle forze più reazionarie del paese ed anche di organizzazioni fasciste oggi in aperta competizione con noi negli stessi ambiti sociali. Non possiamo ripetere gli allarmi del pericolo fascista troppe volte evocato a copertura di politiche antipopolari praticate dai diversi governi di centrosinistra ma dobbiamo sapere che ad un approfondimento ulteriore della crisi il rischio di movimenti di massa reazionari aumenta.
Si pone perciò nella realtà conflittuale e confusa che vive il paese la questione non solo del lavoro dipendente sfruttato ma anche la questione del blocco sociale penalizzato dalla dimensione finanziaria del capitale. La presa di coscienza di una tale necessità non è una “innovazione” o la creazione “a tavolino” di un immaginario politico ma è in continuità con la migliore tradizione del movimento operaio nel nostro paese. Questo è infatti riuscito a modificare la società quando ha rappresentato una istanza di emancipazione complessiva, sociale, economica, culturale, sentita anche dalle altre classi subalterne.
In condizioni modificate va percorsa la stessa strada. Certamente le percezioni soggettive dei vari settori sociali, ovvero della coscienza di sé , sono diverse. L’ideologia prevalente favorisce le rappresentazioni reazionarie e di destra, ma la crisi attuale, sistemica e non congiunturale, può far ritrovare quel ruolo di emancipazione che i settori di classe possono esprimere in modo radicale e antagonista nella dinamica sociale attuale.
SCHEDA N° 5 – L’ILLEGGITTIMITA’ DEL DEBITO ITALIANO
Nel definire il programma non si può che partire dalla “negazione” ovvero individuare e documentare, anche in funzione delle campagna di massa da fare, chi ha prodotto il debito in modo più chiaro e preciso possibile.. In questo senso affermare che il cosiddetto debito sovrano è illegittimo per chi oggi è chiamato a pagarlo significa fornire un supporto forte al conflitto necessario ai settori sociali colpiti.
Sviluppare e motivare questa parte del ragionamento significa capire come riuscire a comunicare con i settori sociali, come individuare e denunciare coloro i quali hanno lucrato veramente sullo Stato e sulla finanza e, soprattutto, sapere che comunque questa è una battaglia dove la sproporzione sul piano dell’informazione con il pensiero egemone è enorme. Tutto questo implica una capacità di elaborazione ed una dinamicità che va progressivamente costruita nei tempi e nei modi possibili.
I piani di informazione, denuncia e campagne politiche sono molti ed articolati. , in questa scheda se ne elencano alcuni che vanno ulteriormente documentati per dare spessore e credibilità alla proposta politica e di lotta
il primo posto dei nemici spetta indubbiamente . Ovviamente occorre portare avanti la denuncia e la mobilitazione contro le Banche ed il sistema finanziario.. Va inserita la questione dei fondi pensione riattualizzatasi dopo la riforma Fornero, va spiegata la speculazione internazionale anche qui documentando le cose che diciamo, come va in qualche modo spiegata la guerra tra Euro e Dollaro che determina la instabilità finanziaria internazionale.
Poi nella crescita del debito pubblico va inserita la questione fiscale che nel nostro paese grava sostanzialmente sul lavoro dipendente e che ha raggiunto in termini di evasione, elusione, etc. livelli da record internazionale. Qui si pone un problema politico rispetto a quello che abbiamo definito la crisi dei ceti medi dove l’evasione è una regola, permessa dal potere politico per motivi elettorali, anche se non ha la valenza di quella effettuata dai grandi capitali esportati all’estero. Va fatto un approfondimento per avere una conoscenza tale che ci metta in condizione di sviluppare proposte credibili in grado di funzionare da “collante” tra i diversi settori sociali.
C’è, poi, la dinamica storica del debito italiano. Anche in Italia, come ovunque, il debito pubblico è sempre finanziamento del settore privato dell’economia. In Italia questo finanziamento ha preso via via forme diverse a partire dagli anni Settanta: soccorso pubblico alle imprese in crisi (seconda metà degli anni Settanta), utilizzo del debito come ammortizzatore sociale per permettere ristrutturazioni ed espulsioni dalle fabbriche (anni Settanta e Ottanta), salvataggi bancari e privatizzazione sottocosto del sistema bancario (creazione delle Fondazioni bancarie e poi privatizzazione massiccia delle banche stesse) e più in generale delle partecipazioni statali (anni Novanta). In parallelo, ci sono due funzioni che devono essere rammentate in quanto trasversali all’intero periodo considerato e che hanno particolare sviluppo dagli anni Novanta in poi: finanziamento delle imprese private attraverso la fiscalità, per mezzo di esenzioni sempre più vaste e soprattutto dello sviluppo di un’evasione fiscale di dimensioni abnormi (120 miliardi annui di mancato gettito). Anche su questo punto va approfondita ed articolata l’analisi come base di partenza per la denuncia politica.
Le spese militari sono un altro punto da denunciare e documentare sia per il finanziamento delle missioni militari sia per quello fatto verso l’industria bellica nazionale ed europea.
Occorre inoltre evitare che la giusta lotta contro i privilegi della casta sia assorbita tradotta in qualunquismo.
Sono, dunque, fondamentali un lavoro di approfondimento e di “controinformazione” per dare credibilità all’impianto politico del Comitato NO DEBITO.
SCHEDA N° 6 – COSTRUIRE UN PROGRAMMA RAPPRESENTATIVO
L’avvio di una riflessione approfondita sulla questione del programma non può che fare riferimento ai cinque punti originari della piattaforma comune, cioè il punto di sintesi raggiunto all’inizio dell’ esperienza del comitato NO Debito con l’assemblea del 1° Ottobre 2011, presupposto per mantenere l’unitarietà del comitato stesso. Si tratta perciò di aprire un confronto interno per andare ad una loro elaborazione più puntuale ed ad un completamento della funzione rappresentativa del programma stesso.
Questa necessità emerge con ancora più forza dal quadro politico e sociale che si sta sempre più chiaramente delineando. Sul piano politico l’avvio del confronto sulla legge elettorale mostra con chiarezza il carattere autoritario che si intende dare al futuro sistema, questo contribuirà e definire con più nettezza i “confini” tra chi sta fuori e chi è interno il consorzio istituzionale in quanto la legge in elaborazione dovrà garantire il massimo della governance e dunque applicare senza compromessi tutte quelle politiche sociali ed economiche che conosciamo. Naturalmente non si può escludere nel futuro sistema quel “diritto di tribuna” che si può lasciare a chi non potrà o non vorrà costruire alleanze spurie, ma questo confermerà il carattere antidemocratico della svolta in atto e non avrà nulla in comune con l’idea di opposizione che abbiamo storicamente acquisito.
E’, dunque, dentro l’onda lunga della crisi internazionale, non certo conclusa e soggetta ad altre più drammatiche evoluzioni, che va concepito il lavoro di elaborazione sul programma. In tal senso i punti discussione cercano di individuare un asse politicamente coerente anche se non ripercorrono le sequenzialità dei cinque punti della piattaforma, ovviamente pongo questioni di merito che potranno poi essere rappresentante nel modo più funzionale alla tenuta unitaria del comitato NO Debito.
Il ruolo dello Stato
Indubbiamente rifiutare di pagare il debito, chiedere di controllare la speculazione finanziaria e le politiche delle banche, introdurre la tassazione sui grandi capitali e patrimoni, insomma poter attuare tutto quello che abbiamo scritto nella piattaforma, implica una ragionamento sul ruolo dello Stato (italiano o europeo che sia). In positivo questo significa nazionalizzare le Banche come condizione preliminare, ma anche settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, trasporti, etc.) oggi privatizzati e sottoposti a loro volta alle dinamiche speculative del mercato. Inoltre si tratta di invertire la tendenza alla privatizzazione a partire dai servizi sociali. Insomma si tratta di ridare una funzione “sociale” allo Stato non tanto perché questo sia oggi concretamente possibile, in questo senso contano solo i rapporti di forza tra le classi, ma perché è un obiettivo che produce identità ed una idea diversa e antagonista delle relazioni sociali.
Parlare di Stato significa parlare anche delle sue entrate e qui si innesta la questione fiscale, con la patrimoniale, la tassazione delle transazioni finanziarie, evasione, elusione, etc., che pone obiettivamente anche il problema delle alleanze. Nei decenni passati il blocco sociale berlusconiano si è basato proprio sulla questione fiscale per indebolire politicamente il lavoro dipendente, favorendo lavoro autonomo e categorie corporative nel non pagamento delle tasse. Le iniziative del governo Monti, fatte in nome e per conto dell’ UE, fanno capire che la situazione è cambiata e che quel blocco sociale è in via di disgregazione (con i rischi di movimento reazionario di massa che è stato citato prima). Elaborare una piattaforma che possa essere attrattiva verso parti di quei settori sociali è un impegno che non possiamo rimuovere nella discussione per quanto difficile questo possa essere anche nella individuazione di proposte concrete adeguate.
Nella ridefinizione del ruolo dello Stato vanno perciò individuate quelle proposte che possano fargli riacquisire quel ruolo di progresso sociale che ormai il capitale finanziario nega nel perseguire i propri “spiriti animali”. La questione degli investimenti e della loro qualità sociale e ambientale, il ripristino delle tutele, la salvaguardia dei diritti sociali ed altro ancora devono essere gli elementi che vanno a supportare una concezione dello Stato che rappresentativo della società reale e non solo dei cosiddetti poteri forti.
Si innesta a questo punto la questione del rapporto tra Stato nazionale ed Unione Europea che diventa sempre più presente come dimostra l’accordo sul piano fiscale europeo che interviene direttamente sui diversi sistemi nazionali e li stravolge spostando nella dimensione continentale la controparte dei settori sociali e di classe.
Lo Stato e la Democrazia
La questione dello Stato non può essere scisso dalla questione democratica in quanto la tendenza autoritaria del capitalismo odierno manifesta sempre più chiaramente i propri caratteri. Il dato eclatante, da cui siamo partiti nella iniziativa, è che si sta costruendo una nuova entità statuale senza che i suoi cittadini vengano minimamente consultati ne sull’impianto istituzionale complessivo ne sui singoli provvedimenti, sempre più pesanti, che vengono presi.
Questa impostazione non può che essere il punto di partenza per un ragionamento più generale sulla questione di una democrazia partecipata ed effettiva che riguarda gli assetti istituzionali, il rapporto tra cittadini e cittadine ed istituzioni ma anche il mondo del lavoro nelle sue relazioni sindacali e di rappresentanza effettiva dei lavoratori e delle lavoratrici.
la modifica dell’articolo 81 della Costituzione deve aprire una fase di elaborazione più precisa e mirata del comitato NO Debito al fine di avere un impianto più organico possibile su un terreno di sicuro conflitto politico per i prossimi anni.
La redistribuzione della ricchezza
Su questo punto la contraddizione è talmente grande e palese che avremmo, in teoria, gioco facile; la difficoltà che esiste su questo piano non è quella di individuare le rivendicazioni ma di saper costruire e sedimentare forze e conflitto sociale dunque i punti di programma sono anche il presupposto per un intervento dentro la classe, cioè nel nostro diretto ambito di riferimento sociale. Occorre evitare che la possibile costruzione di un “blocco storico” antagonista sia inibita dalla creazione strumentale di contrapposizioni intergenerazionali. È per queste ragioni che il Comitato No Debito si è schierato sia contro la modifica dell’articolo 18 che con le battaglie per il reddito minimo garantito. La lotta per la stabilità del lavoro, per un salario dignitoso, per un labor standard europeo, per la difesa del contratto nazionale e dei diritti del lavoro; per la riduzione dell’orario; la lotta contro la precarietà e per il reddito minimo garantito e per un nuovo welfare; per il riconoscimento pieno dei diritti dei migranti; per la redistribuzione e il riconoscimento del lavoro di cura; per la difesa e l’estensione dei beni comuni e contro la svendita e la privatizzazione del patrimonio pubblico; la questione del sistema pensionistico del dopo Monti e molto altro ancora, che abbiamo già elencato nel materiale prodotto dal Comitato NO Debito, sono cose facili da individuare ma complicate da praticare.
Ovviamente oggi non siamo in condizione di rilanciare in modo organico su tutti questi terreni in quanto ci sono molti problemi obiettivi rispetto alle forze a nostra disposizione, a cominciare da quelli della individuazione degli strumenti di organizzazione del conflitto, ma si può cominciare ad orientare la discussione sul merito dei punti specifici e dentro una prospettiva di organizzazione di classe. Comunque l’accordo sull’articolo 18 e sul mercato del lavoro o l’eventuale intervento legislativo d’autorità di Monti richiede di passare dai momenti di denuncia a forme di lotta che dovranno essere certamente più incisive.
Sui punti della piattaforma relativi a “NO ALLE SPESE MILITARI E CESSAZIONE DI OGNI MISSIONE DI GUERRA” ed a quello su “I BENI COMUNI PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO” va bene l’impostazione data nei cinque punti della piattaforma ma si tratta, anche qui, di articolarli meglio rispetto agli interlocutori ed alle realtà territoriali in lotta, trovando il comune denominatore di situazioni che sono già date dalle risposte spontanee alle contraddizioni che si manifestano in quei contesti.
Formazione, Scienza e giovani
Rifiutando ogni ideologia giovanilista e di divisione va detto che esiste in Italia, ma anche in tutto il mondo capitalistico sviluppato, una contraddizione che va trattata nella sua specificità e che è in sostanza un “punto” in più da aggiungere alla nostra piattaforma. La contraddizione è quella tra le aspettative, che produce l’ideologia mercatista, e la realtà, con la quale hanno a che fare concretamente masse di giovani che si affacciano al mercato del lavoro.
La flessibilità come possibilità positiva di cambiamento, lo studiare per trovare lavoro ai livelli sempre più specialistici della produzione attuale devono fare, poi, i conti con i rapporti di classe reali che esistono. Se hai studiato da ingegnere specializzato alla fine sei comunque costretto a lavorare con contratti precari, senza tutele e con uno stipendio miserabile ben lontano dalle favole che l’ideologia egemone racconta (ma molto più vicino alla crudezza delle “esternazioni” dei vari rappresentanti del governo Monti).
La questione della formazione scolastica ed universitaria, il rapporto tra questa e la società, lo sviluppo del livello scientifico e della produzione intellettuale di massa, i movimenti giovanili e studenteschi forse sarebbe utile affrontarli a parte per dare a questo blocco di problemi non un carattere “vertenziale”, forma che oggi prevale in questi movimenti, ma politico sull’idea generale che bisogna avere dell’attuale assetto sociale, delle sue prospettive e mostrare il nesso con il resto dei punti di programma che ci siamo dati (lo Stato, la democrazia, etc.).